Chi ha incastrato il Ku Klux Klan? L'”eroe nero” di Spike Lee

In Cinema

Il 61enne regista di Atlanta, tornato ai livelli di “Fa’ la cosa giusta” e “Malcolm X”, rievoca in “BlanKkKlansman” un personaggio vero: Ron Stallworth fu il primo poliziotto di colore a infiltrarsi, insieme a un collega bianco ed ebreo, in una cellula del KKK del Colorado che stava organizzando un attentato. Un film dal ritmo serrato, in bilico tra azione, tragedia e ironia, con due ottimi protagonisti, Adam Driver e John David Washington, che a Cannes 2018 ha vinto il Premio speciale della Giuria

Quello che ha vinto il Premio speciale della Giuria all’ultimo Festival di Cannes è senza dubbio uno Spike Lee in gran forma, tornato ai bei tempi a cavallo tra anni Ottanta e Novanta, quando realizzò Fa’ la cosa giusta e Malcolm X, due film prototipo della sua vena etnicamente molto autoironica ma al tempo stesso ricca di orgoglio. In qualche modo BlacKkKlansman è una sorta di summa di entrambi, perché si basa su un personaggio realmente esistito, un “eroe nero” finora sconosciuto nel mondo (e forse non così noto neanche negli Usa), Ron Stallworth (gli dà volto John David Washington, ex giocatore di football Usa e quasi ignoto anch’egli agli schermi, ma bravo e molto spiritoso), il primo poliziotto di colore, di stanza a Colorado Springs, ad avere l’idea, la strategia e il fegato di infiltrarsi nel Ku Klux Klan (da cui le 3 K del titolo).

E parliamo di quella che allora, guidata dal Gran Maestro David Duke (Topher Grace nel film), giovane alle prime armi in quegli anni, ma in tempi assai più recenti consigliere del futuro presidente americano Trump (e nel film una battuta allude all’oggi: “non preoccupatevi, è assolutamente impossibile che il popolo americano possa votare uno così”, invece Duke diventerà parlamentare e poi king-maker di The Donald), era la più potente organizzazione terroristica suprematista in America (siamo a fine anni ’70), con una storia pluridecennale di omicidi e intimidazioni verso i neri (ma non solo), soprattutto nel sud, e benché un po’ in declino ancora dotata di mezzi tali da poter organizzare un attentato che avrebbe potuto provocare una strage. Sventato proprio grazie all’operazione di intelligence di Stallworth.

Dunque la base della storia è vera e terribile, e dei morti  alla fine di questo “poliziesco venato di humour nero” (la definizione è di Spike Lee) ci sono davvero. Eppure il 61enne regista di Atlanta non si tira indietro di fronte alla prospettiva di ironizzare (emozionandoci e facendoci pure arrabbiare) sull’incredibile banda di invasati, alcolizzati e psicotici che descrive come membri di quella cellula del KKK, che proprio il giorno della visita di Duke in città (siamo vicini, per più di un protagonista, a una commedia nera dei Coen) decide di mettere in pratica, con esiti pessimi, la sua bravata militare. Dopo aver gustato, in un’esaltante (ed esilarante) visione collettiva, le immagini più discriminatorie di Nascita di una nazione, il grande classico muto di David W. Griffith che mostrò come “imprese” alcune ignobili scorrerie del Klan ai primi del Novecento.

Ma anche nell’altro campo non manca, di contorno alla statura quasi da supereroi dei poliziotti anti-apartheid, un’altrettanto consistente dose di satira che Spike, con citazioni di Shaft e del poliziottesco black dell’epoca, riserva anche, sia pure con affetto e una certa dose di nostalgia, al lato politico della vicenda, nella dialettica, sullo sfondo dell’allora ancora ben vivo Black Power, tra Ron e Patrice (Laura Harrier), una sorta di sosia di Angela Davis di cui lui è innamorato. La quale, solo alla fine del film apprenderà che il suo “eroe” è un agente (in realtà sotto copertura), e quindi, nella visione del tempo, uno schiavo del potere, bianco soprattutto, con cui non ci si può mescolare: segue conflitto interiore del nostro eroe tra sentimento (e un po’ anche fede politica) e missione, che politica, e positivamente, alla fine risulterà anch’essa, dunque da portare a termine checché ne dica la bella Patrice.

Un racconto “storico”, concentrato sul passato? Niente affatto. La conferma che i razzisti in America sono forti e ben determinati a uccidere anche oggi, Lee ce la riserva nel drammatico finale di Blackkklansman, che sterza bruscamente nell’attualità mostrando gli scontri del 2017 di Charlotteville, dove un gruppo di suprematisti bianchi, in perfetto stile KKK fa strage di neri falciandoli nelle strade e sui marciapiedi della città, stile Isis a Londra, Nizza e Berlino, a bordo di potenti automobili. E uccidendo una giovane donna, Heather Heyer,  che partecipava a una manifestazione antirazzista. “Quella tragedia”, ha raccontato poi il regista, “è avvenuta dopo che avevamo finito le riprese, ma ho subito capito che doveva essere il finale del nostro film”. Immagini terribili, rese ancora più forti da un montaggio serratissimo che usa come sottofondo Mary don’t you weep, una splendida canzone del 1983 di Prince, morto nel 2016, da pochi mesi. 

Last but not least, nell’insieme di elementi che rendono interessante e complesso il film, c’è il meccanismo utilizzato da Ron per infiltrarsi nel Klan, e che porta in primo piano nel film un deuteragonista, Adam Driver, superstar del momento dopo gli ultimi due Star Wars, e il ruolo di Sancio Panza nel nuovo film di Terry Gilliam. Non potendo ovviamente presentarsi, con la sua evidente pelle scura, come militante bianco anti-nero e anti-ebreo davanti ai responsabili del KKK del Colorado (che hanno volti perfetti, a cominciare da Ryan Eggold e Michael Buscemi, in un film che vanta altri due camei d’eccezione, Alec Baldwin e Harry Belafonte) conduce via telefono ogni contatto (compreso il rapporto con l’ignaro e poco acuto Duke), cedendo la sua identità e la missione sul campo a un collega bianco, Philip Zimmermann (Driver appunto), ebreo non praticante: il quale arriverà a spergiurare la sua cultura per avere l’ambita tessera del KKK, prendere parte in poligoni boschivi alle esercitazioni di tiro e soprattutto diventare, con una svolta tragicomica del racconto, perfino responsabile della cellula stessa. 

Siamo insomma sempre in bilico tra tragedia e farsa, anzi nel mélange dei due stili, e di tanto altro ancora: il film divide il mondo in due come nei western, da una parte i buoni, un nero, un ebreo e un po’ di minoranze che si trovano a vivere in un mondo dominato dall’odio razziale, dall’altra i malvagi, ignoranti, idioti del KKK. Ma poi raffredda la materia usando il lato comico, felice in più di un momento. Eppure, che stiamo parlando di un dramma vero, e tutt’altro che superato, si capisce anche dalla scelta di far uscire il film negli Usa il 10 agosto, a una anno esatto dai fatti di Charlottesville; e lo confermano molti recenti “disordini razziali” – così spesso li definisce un’informazione piuttosto ipocrita, americana e internazionale – nati da palesi ingiustizie, a volte anche da crimini della polizia nei confronti di cittadini di colore, non sempre così minacciosi come vengono descritti dagli agenti indagati dopo i fatti di sangue. Insomma, alla fine c’è ben poco da ridere: l’antirazzismo non è un gioco e noi non viviamo in un film. Così a tutti toccherà di schierarsi. Un po’ come nell’Italia di questi mesi.

BlacKkKlansman, di Spike Lee, con John David Washington, Adam Driver, Topher Grace, Laura Harrier, Ryan Eggold, Jasper Pääkkönen, Corey Hawkins, Paul Walter Hauser, Ashlie Atkinson, Alec Baldwin, Harry Belafonte, Robert John Burke, Craig muMs Grant