Britten e Melville prigionieri dell’oceano

In Musica

All’Opera di Roma l’allestimento vincitore dell’International Opera Award: Billy Budd, una delle opere marine di Britten che riflette sul disordine dell’esistenza

Ha appena mollato gli ormeggi dall’Opera di Roma una premiatissima edizione di Billy Budd, in arrivo da Madrid e diretta a Londra, andata in scena per cinque recite nella capitale con direzione di James Conlon e regia di Deborah Warner. Un Britten di mare, come già Peter Grimes, ma con fonte più mistico-filosofica: il breve romanzo di Melville pubblicato postumo sul giovane marinaio Billy, il “Baby Budd” che, non solo ammirato ma anche desiderato da buona parte della ciurma, finisce impiccato per eccesso di legittima difesa con il sadico “Master” (of arms) Claggart.

Siamo “nell’epoca precedente le navi a vapore”, in breve alla fine del Settecento, negli anni degli arruolamenti forzati della marina inglese, che di diritti dell’uomo proprio non ne voleva sapere, perché prima di tutto andavano affrontate quelle guerre sorte “stridendo dal frastuono e dalla polvere della caduta Bastiglia”: insomma c’erano i francesi da affondare. Ovviamente per Melville diventa un’ultima occasione per un racconto sulla confusione tra Bene e Male, per mettere per iscritto le contraddizioni della vita, il naufragar non tanto dolce nel mare infinito di un’esistenza che sempre, nelle sue pagine, assume la forma sublime di un “abbozzo di un abbozzo”.

Materiale ideale per la mano di Britten, viste le innumerevoli possibilità simboliche che la prosa di Melville concede: Billy come oscuro oggetto del desiderio (omosessuale), la bellezza ambigua del corpo e dello spirito, la repressione degli istinti con l’aggressività che ne consegue, la presenza musicale di un mare misterioso. Sempre con l’accompagnamento del canto affaticato e in minaccioso crescendo dei marinai, che puliscono il ponte meditando l’ammutinamento più o meno consciamente. Un’opera tutta al maschile avvolta in una nebbia che appesantisce il pensiero e la morale, con un linguaggio musicale fatto di Leitmotive evocativi, interludi sinfonici descrittivi e narrativi insieme, monologhi madrigalistici, citazioni verdiane (il “Credo” di Iago nell’Otello) e cori di solennità quasi biblica.

La lettura di Conlon non si concentra tanto sugli aspetti sperimentali della partitura; il direttore americano non spinge l’opera verso l’avanguardia, ma sembra più interessato alla continuità del lavoro, di cui cerca di rendere esplicite le implicazioni musicali nascoste, il richiamo dei motivi e la loro trasformazione, sempre con logica teatrale. È giustamente strepitosa, in senso letterale, l’esplosione in orchestra e in scena della rivolta dell’equipaggio – magnifico il coro di Roberto Gabbiani –, così come è strana e sospesa l’atmosfera del finale, diafano e inquietantemente sereno. Il viaggio di Conlon attraversa l’interiorità di un dramma che, anche musicalmente, è come un’onda che sale e scende, che non conosce pace e che toglie il fiato a chi ascolta, sia nei passaggi più densi e vigorosi sia in quelli più scarni: scrive Britten che “la musica non esiste nel vuoto”, ma il vuoto può esistere in musica, come dimostrano Prologo ed Epilogo di quest’opera eseguiti da Conlon.

Quanto allo spettacolo – scene di Michael Levine meravigliosamente illuminate da Jean Kalman –, non si fatica a capire perché per la Warner l’Indomitable diventi l’intera torre scenica, con le sue funi e le sue graticciate: la nave, il “frammento di Terra” su cui si consumano queste esistenze marinaresche è il teatro stesso, con tutto il significato brechtiano, shakespeariano che ne deriva (vedi La tempesta solo per fare un esempio). Sono i marinai ad allestire i due atti dello spettacolo, sopra e sottocoperta: servi, anzi mozzi di scena, prigionieri di un oceano invisibile che non lascia scampo. Quello che più colpisce della regia della Warner è che scansa il solito pensiero dominante sull’omosessualità, sulla vertigine del desiderio alla Genet-Fassbinder in Querelle de Brest.

Fotografia di Yasuko Kageyama

Per la Warner, e forse anche per Britten, Billy Budd sembra piuttosto una riflessione sul principio di disordine, che può saltare fuori all’improvviso dall’esterno o, peggio ancora, dall’interno. Da una nave francese avvistata all’orizzonte o da un ammutinamento, più difficile da rintracciare e che per questo offusca la mente degli ufficiali come la nebbia il palcoscenico. Ma il disordine e il dolore prima o poi arrivano, nonostante il sacrificio del bel capro espiatorio scelto dal villain Claggart e dal saggio capitano Vere, che invecchierà con il peso di essersi lavato le mani del destino del marinaio – anche se in Melville muore poco dopo i fatti.

Ottimi Phillip Addis, un Billy Budd emozionante, sensuale e vulnerabile, che al momento dell’esecuzione si arrampica sull’albero maestro fino a sparire dal boccascena, e Toby Spence nella parte di Vere che fu di Peter Pears, anche se l’interpretazione che si ricorderà sarà quella di John Relyea, che dà a Claggart tutta la sofferenza di un personaggio malvagio capace di mantenere fino alla fine un’ombra di malinconia.