Appiccicati: quando il sesso s’incastra con la musica

In Teatro

Appiccicati non è solo un titolo per ridere e pensare, Appiccicati sono gli occhi curiosi degli spettatori che lo scorso 7 maggio hanno assistito al Teatro dei Filodrammatici una prima nazionale piccantissima e agrodolce. Un “musical diverso”, ma non inferiore rispetto ai soliti, curato per di più dalla regia di Bruno Fornasari. Merita assolutamente di essere visto entro il 26 maggio!

Appiccicati (si legga con l’accento giusto, anche se la lettura bisdrucciola è eccitante) è la storia di una scappatella, di una “fuitina” iniziata alla grande e finita abbastanza male. E pensare che l’improbabilità di questa tresca erotica è quasi tutta vera.

Una storia che nasce dall’ineffabile casualità che da sempre sorregge il panorama quotidiano che ci circonda; l’imprevisto crea l’ispirazione e quest’ultima dà vita al dramma. E anche in un fondo di giornale, per esempio, un articoletto che parla di sesso non passa sicuramente inosservato ed è così che qualche anno fa l’autore Ferrán Gonzalez ha scoperto di una coppia rimasta incastrata – corpo a corpo – dopo un rapporto particolarmente spinto.

Il drammaturgo spagnolo ha iniziato a pensare a una trama spontanea e allettante, a uno spettacolo differente, a luci rosse ma non troppo, fino a partorire quello che il regista Bruno Fornasari ha in seguito definito a ragione “un musical diverso”.

Quello di Appiccicati, in scena ai Filodrammatici per tutto il mese di maggio, è di fatto una pantomima surreale sull’amore contemporaneo, una parodia sugli azzardi carnali, un divertito incidente sessuale raccontato ai giorni nostri.

Ci si potrebbe aspettare un pizzico di perversione, quando ad abbondare è solamente Madre Natura, un uomo e una donna belli e seminudi “come mamma li ha fatti”; a tende calate e a luci soffuse inizia un amplesso a ‘mo di ombra cinese tra i bravissimi Cristian Ruiz e Marta Belloni.

I due, per prepararsi all’esibizione canora, ansimano senza neppure una stonatura e si divertono accompagnati con ritmo dalle note dirette musicalmente e suonate da Antonio Torella, in scena nei panni double face del medico-pianista.

Nessuna voce stecca, ma in tutto quel diritto di movimenti, qualcosa infine va storto e i protagonisti rimangono praticamente incollati, dando vita a una simpatica avventura ospedaliera, in compagnia di una versatile infermiera “tutta Pepe”, Stefania Pepe appunto.

A rileggere il Simposio di Platone ci si può ricordare della digressione narrata dal commediografo Aristofane. Costui, rilassato sul triclinio, racconta il celebre “mito del sinolo”, quell’essere umanoide e doppio che venne diviso a metà per gelosia di Zeus; solo chi ha saputo ricercarsi tanto ha poi trovato – prima di morire – la propria anima gemella, la sua speculare mancanza. Ebbene, anche qui è così.

In questo spettacolo la grinta e la forza sessuale danno vita a un’unione che improvvisamente si tramuta in dolcezza, il tutto condito dall’ironia e dalla comicità che avvolge ogni battuta; il sinolo sul palcoscenico è coperto dal coatto dovere di radicarsi in un corpo diverso, di fissarsi in un paio nuovo di pupille, privando l’essere umano del proprio pudore e rendendo la pudicizia come qualcosa di assolutamente spontaneo naturale.

Il testo, cantato o recitato che sia, è stracolmo e grondante di turpiloquio, ma ciò non infastidisce il pubblico, perché smaschera ogni finto imbarazzo che soggiace nel subconscio di ognuno di noi.

Cristian Ruiz e Marta Belloni fanno una specie di miracolo: la loro mimica, accesissima come dev’essere, viene spinta fin dove si può, senza darsi allo scandalo o senza imbastire l’abito più osé che vorremmo alla fine indossare anche noi spettatori, figli del perbenismo.

E poi, anche se ‘diverso’, questo musical è cantato alla grande e musicato con calcolata allegria, e non a caso finanche premiato nella regia originale con il premio Butaca e il Premio Max.

Ambiguo, e forse troppo incompreso, risulta invece l’espediente auto-ironico che spinge la divertentissima Patrizia Pepe a compiangere, nell’inserto metateatrale di chiusura, le tradizioni salvifiche del teatro nazionale e quelle “due cime” della regia milanese, Luca e Giorgio (Ronconi e Strehler), così tanto rimpiante da sentire solo uno schiribizzo sentimentale nei loro confronti.

Anche questo ‘svelamento’, questo mettere a nudo le falle registiche, è una parodia del teatro contemporaneo che si spiega e si respinge da sé, in modo sferzante e acuto, ma ancora un po’ troppo fuori tema.

Appiccicati è una tregenda sessuale che, seppure senza un preciso contenuto o un significante contributo, volge dritta a una piacevole conclusione, un po’ banale e americanizzata alla Broadway, obbligata anch’essa da quel misterioso e tenero cliché che chiamiamo collettivamente, ognuno a modo proprio, amore.

Uno sperimento riuscito al quale è possibile assistere con gli occhi di voyeur, spiando lecitamente da una nuova serratura.

Non perdetelo!

© COPYRIGHT FOTO: LAILA POZZO