Anche il paradiso ha le sue tempeste: arte contemporanea del Medio Oriente e del Nord Africa

In Arte

La mostra d’arte contemporanea del Medio Oriente e Nord Africa segna l’ottava e ultima tappa della Guggenheim UBS MAP Global Art Initiative presso gli spazi della Galleria Arte Moderna di Milano.

 

Sono tante le forme di tempesta che possono scuotere l’animo durante il corso di una vita. Le tempeste che derivano da emozioni sono le più silenziose e al contempo le più forti.

Quasi a voler suggerire che anche il paradiso può celare nella sua proverbiale serenità silenziosi sconquassi che colpiscono dritto al dettaglio, la poetica di “Una tempesta dal paradiso” si percepisce dal titolo stesso, che è omaggio a un’opera di Rokni Haerizadeh, che a sua volta la prende in prestito, citando il filosofo tedesco Walter Benjamin.

In questo clima di scambio e prestito culturale di idee, nasce e si snoda l’esposizione, che offre profonde riflessioni sulla forza dell’immaginazione, sul concetto di radici, sul desiderio di vedere con occhi uguali e diversi la realtà.

La mostra presenta sedici opere di tredici artisti, che propongono un modo diverso di osservare e capire il Medio Oriente e i suoi spaccati socio-culturali.

Rokni Haerizadeh, But a Storm Is Blowing from Paradise, 2014. Solomon R. Guggenheim Museum, New York, Guggenheim UBS MAP Purchase Fund 2015.89 © Rokni Haerizadeh

Il percorso in apertura propone un’opera di Hassan Khan, apparentemente di difficile lettura: un segmento di corrimano dorato, che la didascalia ci rivela essere la riproduzione scultorea di quello lungo le scale della banca Misr, la prima statale d’Egitto.

Un corrimano, senza gradini su cui poggiarsi, che sembra suggerire un andare, ma un andare dove? Salire? Scendere? Immaginare i gradini, certo, con l’immaginazione possiamo completarne la funzione. Ed ecco che i gradini diventano possibilità: l’immaginato tramuta in realtà ipotetiche solide basi di appoggio, le stesse basi che le banche si propongono di offrire. Non è l’oggetto in sé ad avere un valore estetico, quanto il concetto di potere e al contempo di multiculturalità di cui l’oggetto nella sua funzione reale è protagonista.

La mostra prosegue con un’installazione video di una potenza estetica disarmante, In transito: Dei bambini giocano con la carcassa di un aereo da guerra abbattuto. Trattengono dei fili bianchi, legati al velivolo rotto, che subito rievocano il concetto di aquilone, donando una leggerezza nuova rispetto a ciò che si sta osservando. È una leggerezza d’animo, esattamente quella che possiedono i bambini e che la nostra memoria può ricostruire.

Lida Abdul, In Transit, 2008. Solomon R. Guggenheim Museum, New York, Guggenheim UBS MAP Purchase Fund 2015.82
© Lida Abdul

Per un istante si può persino sperare che quell’aereo possa volare, regalando loro un momento di stupore e facendo dimenticare il perché si trovi lì e i buchi nella lamiera, che poi sono gli stessi buchi che la guerra causa nell’animo di chi la subisce.

Decisamente notevole è il lavoro di Joana Hadjithomas e Khalil Joreige, Immagini Latenti, Diario di un Fotografo, 177 Giorni di Performance.

Così come un ricordo viene tramandato per salvarne la memoria, si sviluppano rullini di descrizioni su raccolte di carta che vanno a formare i 354 libri esposti su 177 mensole di metallo. Impressioni di parole su carta, poche righe che descrivono ipotetiche foto scattate durante la guerra civile libanese da un fotografo immaginario, Abdallah Farah, a dimostrazione del sottile confine tra mito, flusso emotivo biografico e realtà.

Joana Hadjithomas and Khalil Joreige, Latent Images, Diary of a Photographer, 177 Days of Performance, 2015. Solomon R. Guggenheim Museum, New York, Guggenheim UBS MAP Purchase Fund 2015.88
© Joana Hadjithomas and Khalil Joreige. Photo: Carlotta Coppo

E ancora, vengono affrontate tematiche urgenti come la migrazione dei popoli, l’asperità del territorio, l’architettura che si mischia alla cultura. Si passa dal modellino in scala del villaggio Ghardaïa, in Algeria, patrimonio mondiale dell’UNESCO, realizzato col cous-cous, che restituisce immediatamente il concetto di sabbia e usi locali, alla botanica con l’opera “Studio per un monumento”,  che rappresenta piante del Tigri e dell’Eufrate: deposizioni vere e proprie di oggetti bronzei su telari bianchi, come fossero armi, persone decedute, pesi insostenibili deposti sulla coscienza o più semplicemente ritrovamenti archeologici.

La mostra è aperta fino al 17 giugno, merita sicuramente uno sguardo, con l’aiuto delle didascalie è molto comprensibile. Si crea subito empatia mentale e l’unico peccato, se si può trovare, è che sia forse troppo breve.

 

Una tempesta dal paradiso. Arte Contemporanea del Medio Oriente e Nord Africa, a cura di Sara Raza, Milano, Gam, fino al 17 giugno.

Immagine di copertina: Abbas Akhavan,Study for a Monument, 2013-16 (detail),Bronze and cotton, overall dimensions variable. Solomon R. Guggenheim Museum, New York, Guggenheim UBS MAP Purchase Fund 2015.83
© Abbas Akhavan. Photo: David Heald