Il libro di poesia #3: “Poesie antirughe” di Alessandra Racca

In Letteratura

Estro, ironia e sentimenti nell’esperienza di una donna

Alessandra Racca è una nota poetessa che può rientrare nella categoria dei performer, di coloro cioè che recitano in pubblico i propri testi enfatizzandone così gli aspetti sonori (e anche, perché no, corporei) grazie all’uso della voce, recuperando così l’antico aspetto dell’oralità insito nella poesia.

Leggendo i componimenti raccolti nella sua silloge più fortunata, giunta alla quinta ristampa (Poesie antirughe, 2011), ho provato ad immaginare quale potesse essere su di essi l’effetto della recitazione, cosa nello specifico questa potesse aggiungervi, e devo dire che, anche dopo aver visto parti di spettacoli dell’autrice (disponibili in rete) rimango convinto che i suoi versi in molti casi possono fare a meno della recitazione, avendo quindi piena dignità di poesia che si apprezza a lettura silente, come solitamente accade (e come chi scrive preferisce).

Definire la sua poesia “femminista” credo sarebbe affrettato, limitante e forse anche stucchevole; si tratta invece di quella profonda consapevolezza della corporeità e di quella delicatezza nel dar voce agli affetti che è propria del genere femminile. Una scrittura caratterizzata da un lato da una giocosa e spontanea femminilità che trova il suo corrispettivo in una grande libertà nella versificazione, dall’altro da una sintassi e un lessico tipici del parlato quotidiano (parole non ricercate, frequenti ripetizioni di verbi come fare o dire, anacoluti, uso del che polivalente, ecc.). Parco risulta l’uso degli aggettivi. Anche i temi sono prosaici: un’arguta riflessione sui tacchi femminili, un dialogo col proprio parrucchiere, la descrizione di una donna delle pulizie). Si apprezza inoltre il saltuario estro lessicale, con l’invenzione di alcuni neologismi e giochi verbali creati per aumentare di solito l’effetto ironico del componimento (tossòre, insuocerasi, m’irtillo), e soprattutto il ritmo deciso dei componimenti ottenuto grazie alla capacità dell’autrice di andare a capo nel momento semanticamente più opportuno. La presenza di pochi enjambements, coi versi che tendenzialmente coincidono con un sintagma di senso compiuto, garantisce proprio questa continuità tra ritmo e senso che accompagna il lettore senza gli scossoni causati da cesure improvvise o troppo idiosincratiche :«Nico, mi fa una frangia cortissima? / “Neanche se mi paga”. // Come il mio parrucchiere / vorrei mi trattasse la vita: / forbici in mano / e idee chiare / su come farmi star bene / malgrado me» [La giusta piega].

Non c’è alcuna propensione al concetto in sé e all’astrazione, le metafore sono create a partire da situazioni e oggetti ben individuabili nella quotidianità di ognuno; eppure risultano estremamente interessanti, segno inequivocabile dell’estro creativo dell’autrice (come non apprezzare il paragone di sé stessa ad un succo di frutta, il dialogo col proprio utero e i fantasmi della maternità, il rapporto d’amore spiegato tramite la punteggiatura, la personificazione di elementi domestici e del proprio abbigliamento, ecc.).

Il discorso poetico, impregnato di oralità, procede soprattutto per ripetizioni, anafore, enumerazioni, parallelismi («Piove. // Mia madre piange / il suo non poter più essere figlia. // Io piango / il mio non esser madre», Natante), occasionali assonanze e rime facili – di solito a fine verso – quando questo serve a scandire ulteriormente il ritmo di certe parti del testo.

Un’ironia delicata e intelligente permea molti componimenti; si tratta di un tratto che ricorda da vicino quella di un’altra poetessa, Patrizia Cavalli, non per nulla citata in esergo ad una delle poesie del libro. Tuttavia Alessandra Racca ha la capacità di dosare e sfumare l’ironia con discrezione, digradando morbidamente verso luoghi più intimi come nella poesia dedicata alla madre o in quella dedicata al proprio viso, in cui le rughe diventano metafore delgli accadimenti della vita: «A trent’anni / la mia faccia è una mappa ben disegnata […] Dalla fronte al mento / c’è già una buona viabilità: / statali, provinciali, comunali, / viali intitolati a gente morta e viva, / passaggi segreti / speculazioni autostradali, ponti, /crolli strutturali / una vecchia mulattiera scavata nei ricordi» [Mappa]. Altra capacità della nostra è quella di chiudere le poesie, anche quelle molto lunghe (la misura prediletta dalla Racca), senza cadute improvvise nel ritmo o nei contenuti, rischio sempre dietro l’angolo per chi si dedica a questo genere letterario. Qua e là nella raccolta è possibile trovare inoltre qualche eco bukowskiano, specie in alcuni componimenti, sempre conditi di ironia, in cui si parla del rapporto con l’altro sesso, come in Quattrocchi: «Guardammo molto e con piacere. / Ci guardammo negli occhi. / Ci facemmo molti occhiolini. / L’attrazione saettava da ogni pupilla: / due pupille alla quarta. / Fu piuttosto chiaro che era arrivata / l’ora di fare l’amore. // Ascolta, mi disse, / ho un pisello come un lanciafiamme. / Risi, ma ce lo aveva per davvero. / Aprii le gambe e fu tutto fuoco». Meno efficace  ci sembra invece l’autrice quando si esprime nello spazio di pochi versi, cercando di condensare la sua fervida immaginazione.

 

 

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