Africo, 36 anni dopo

In Weekend

Ritorna in libreria il prezioso lavoro di Corrado Stajano, uscito nel 1979 da Einaudi: storia da rileggere del prete-padrone Don Stilo

Il Saggiatore rimanda oggi in libreria, meritoriamente, Africo di Corrado Stajano. Fu pubblicato in prima edizione nel 1979 da Einaudi. Sottotitolo Una cronaca italiana di governanti e governati, di mafia, di potere e di lotta. Raccontava, dando voce agli abitanti e con un incipit memorabile -“Gli africoti odiano il mare” – la storia sventurata dell’omonimo paese alle pendici dell’Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria. Luogo di miseria e desolazione cupa, abbandonato se non da Dio senz’altro da uomini e governi (ne scrisse, precorrendo il Levi di “Cristo si è fermato a Eboli”, il gobettiano Umberto Zanotti Bianco tra il 1916 e il 1928: la sua testimonianza, Tra la perduta gente, pubblicata nel 1959 da Mondadori, è stata riedita da Ilisso e da Rubbettino), fu spazzato via nel 1951 da una disastrosa alluvione. L’abitato venne ricostruito a parecchi chilometri di distanza in riva al mare e gli africoti, spossessati dei loro vecchi terreni e dei loro antichi mestieri di contadini e pastori, si ritrovarono sfollati, servi in terreni altrui o sussidiati dallo stato: elemosina e baracche, un comune nuovo che, caso più unico che raro in Italia, nacque senza avere un territorio. In questa situazione disperata e disperante, con gli abitanti spaccati a metà e fluttuanti tra la sinistra (una sinistra spesso timorosa o, al contrario, ribellistica e anarcoide) e il centro-destra (Dc e fascisti, spesso conniventi con il malaffare e la criminalità), si affermò e fece fortuna il prete-padrone don Giovanni Stilo, grande elettore del ministro dc Riccardo Misasi e di deputati locali del Msi e grande faccendiere, secondo alcuni capoclan.

Don Stilo, come già aveva fatto in passato per chi aveva indagato nelle sue faccende, querelò Stajano e la Einaudi. Fino ad allora, grazie a una magistratura più che benevola, aveva sempre vinto in tribunale. Il processo venne preceduto da minacce telefoniche all’ autore e all’editore, e Giulio Einaudi si trovò ad attenderlo sotto casa uomini vestiti di nero che lo seguivano. In questo clima, e con l’impossibilità per Stajano di fare il nome dei suoi interlocutori (le testimonianze di molti africoti che avevano parlato con lui erano state riportate anonime per proteggerli dai rischi: un giovane oppositore alla luce del sole del potere ‘ndranghetista, Rocco Palamara, aveva avuto le gambe spezzate), si preparava la terza udienza, quella cruciale. In cui uno degli interlocutori anonimi, un giudice, aveva accettato di testimoniare “mettendoci la faccia”..

Il giornale per cui lavoravo nel 1979, il quotidiano L’Ora di Palermo, mi mandò a seguire l’udienza a Torino. Ecco il mio resoconto, datato 14 novembre 1979:

«Di scena ieri, alla terza udienza del processo per diffamazione a mezzo stampa intentato contro lo scrittore Corrado Stajano e l’editore Giulio Einaudi dal prete-padrone di Africo don Giovanni Stilo, il magistrato Guido Marino, che all’epoca in cui Stajano scrisse il suo libro era presidente del tribunale di Locri. Marino, citato come testimone per accertare l’autorevolezza dei giudizi su Stilo raccolti nel libro Africo, è il magistrato che del discusso sacerdote diede questo giudizio: “Prete, sceriffo, governatore. Un individuo sul quale non hanno saputo o voluto mettere le mani. Non escludo che sia nella mischia, ma nulla è risultato nei suoi confronti».

La mischia, ovviamente, è quella della ‘ndrangheta, la mafia calabrese, e sul conto di don Stilo sono state dette (e fedelmente registrate nel libro) molte cose: dei suoi rapporti con uomini politici democristiani e missini, delle sue vaste proprietà, della fortuna che ha fatto la sua famiglia, della sua presenza ai funerali di noti mafiosi, del suo istituto privato che è uno dei maggiori “diplomifici” di tutto il territorio nazionale.

Il libro è pieno di lui, la sua figura viene costantemente evocata, perché tutto ciò che esiste ad Africo a lui obbedisce o con lui si scontra. Non è certo, questo don Stilo, come quel monsignor Ficarra di cui parla Sciascia nel suo ultimo libro, che viene rimosso dalla sede vescovile di Patti perché si ostina a tenere separati sacerdozio e traffici politici.

Torniamo al processo. Di fronte alla corte (presidente Fassone, pubblico ministero Sciaraffa), il magistrato Marino conferma le dichiarazioni rilasciate a Stajano e, a mo’ di esempio, racconta due episodi.

Il primo avviene nel 1957-58. Pietro Nucera, sindaco di un paesino vicino ad Africo, Roghudi, insieme con altri otto giovani, rapì a scopo di matrimonio una maestrina ventenne di Bova Marina, ma originaria di Roghudi. La ragazza (fu il primo caso nel meridione) non accettò il matrimonio, e il sindaco venne arrestato e condannato. Nella vicenda era intervenuto don Stilo, che aveva cercato di far celebrare il matrimonio riparatore.

Il secondo episodio è più recente, risale alla fine degli anni ’60: un’irruzione dei carabinieri interrompe un vertice della ‘ndrangheta a Montalto. Uno degli arrestati, un certo Mesiani, al momento della cattura dice al fratello: «Avvertite l’avvocato don Stilo». Mesiani cercherà poi di giustificare la richiesta spiegando che intendeva avvisare don Stilo perché sua sorella, insegnante nella scuola privata del prete, non poteva recarsi al lavoro in quanto ammalata. Il tribunale di Locri rigetta la giustificazione del Mesiani, anche se evita di addentrarsi nella vicenda.

Di questa vicenda il giudice Marino dà un giudizio tagliente: «Il Mesiani si rivolge a don Stilo non come a un amico, ma come a un amico-protettore, perché mettesse in essere dei meccanismi di difesa e di protezione extraprocessuali, consistenti nell’approntamento di prove false: una tipica concezione mafiosa della giustizia».

Don Stilo è presente all’udienza: veste da prete, indossa un impermeabile blu, è di statura media, ha l’aspetto florido e l’attitudine imperiosa di chi è abituato a dare ordini. Va in mezzo all’aula per rispondere alle domande come un gladiatore che conquista il centro dell’arena. Con i suoi avvocati è aspro, spesso li zittisce o li corregge, soltanto con la corte addolcisce il tono.

Questa la sua versione: fu richiesto di svolgere opera di mediazione, nel caso del ratto, dal parroco di Roghudi, e spiegò ai due che non si poteva ottenere la dispensa della curia se la ragazza non veniva rimessa in libertà. Cosa che avvenne subito dopo.

Il magistrato lo contraddice: la ragazza non venne rimessa in libertà, tant’è che fu costretto a mandarla a prendere dai carabinieri. Il suo rapitore venne arrestato nel corridoio del palazzo di giustizia, mentre aspettava che l’interrogatorio finisse per riprendersi la ragazza. L’udienza continua e don Stilo, seduto in un angolo, non nasconde il nervosismo e si morde le labbra».

Stajano e la Einaudi, nel processo torinese, vennero assolti con formula piena: fu il primo smacco, dopo tante vittorie giudiziarie, per il prete-padrone. In Calabria i giovani comunisti affissero manifesti: “Non sempre la prepotenza paga”. Non sapevo allora, quando scrivevo dei suoi legali rampognati e zittiti, che l’avvocato di don Stilo, assistito dai giovani di studio, era Antonio Gangemi, compare d’anello di Raffaele Cutolo.

Una vicenda minore, una piccola storia di periferia? Mica tanto. Don Stilo era, lo ripeto, elettore di ministri. Il suo impero di scuole private (ma c’erano anche, per la famiglia, farmacie e pompe di benzina, terreni e speculazioni, aste vinte perché i concorrenti si ritiravano) per qualche anno parve potesse decollare verso altezze siderali: don Stilo tentò di creare ad Africo una sede distaccata della Cattolica di Milano, poi di una (molto pontificia e molto privata) università romana, infine della facoltà di Magistero di Messina. Nella città siciliana era stato candidato alla direzione dell’Opera Universitaria, con i picchiatori fascisti che lo sostenevano e che devastarono l’università quando il suo nome non passò. Intanto don Stilo concedeva il diploma a don Agostino Coppola (Stajano lo racconta accompagnato, lui prete, da una fidanzata adolescente), nipote del boss mafioso Frank “Tre Dita” Coppola, e sposava Totò Riina e Ninetta Bagarella, pare assidui di Africo. Nel 1984 venne arrestato (a Montecatini, mentre passava le acque) per associazione a delinquere di stampo mafioso. Fu condannato a sette anni in prima istanza, a cinque in seconda, poi la Cassazione annullò il processo (chissà se c’era ancora l’ammazzasentenze Corrado Carnevale) e la Corte d’Appello di Catanzaro lo assolse. Zitto e buono dopo averla fatta franca? Non era da lui: scampata la galera, nel 1989 denunciò i magistrati che avevano emesso il mandato di cattura, chiedendo 100 miliardi di danni. Non la spuntò, fece parlare di sé ancora in un processo per sequestro di persona, vittima il giovanissimo figlio di un imprenditore lombardo: lui testimoniò per l’accusato di sequestro, no, non era in Lombardia, era con lui ad Africo in processione: il compostissimo presidente del tribunale (se non ricordo male, di Monza), perdendo per un attimo il controllo, gli scagliò contro il codice penale. Poi il silenzio, fino alla morte nel 2000, e all’elogio vescovile ai funerale per il compito ingrato del pastore, che guida il gregge e non è capito. Sarebbero occorsi ancora molti anni perché la chiesa cattolica, dopo essere stata spesso nel meridione la quinta colonna della mafia, prendesse posizione risoluta contro la mafia.

Intanto la ‘ndrangheta ancora arcaica ma già molto feroce di Africo si è evoluta: non soltanto faccende e appalti, controllo del territorio e ruberie dalle casse pubbliche, ma traffico internazionale di droga e armi. E colossali investimenti finanziari e immobiliari, sbarco al Nord, filiali estere: oggi la ‘ndrangheta è una multinazionale, con gli executive laureati in legge e in economia, magari anche illustrati da master post-laurea. Una multinazionale che sopravanza senz’altro la mafia siciliana, forse la camorra. Africo, dopo il prete-padrone Stilo, è tornata agli onori della cronaca per una delle opere migliori del giovane cinema italiano: Anime nere di Francesco Munzi, 2014, che tra l’Aspromonte e Milano e le piazze estere è ambientato.

Corrado Stajano è un grande giornalista-narratore: i suoi anarchici giovinetti abbattuti dalla polizia, i suoi untori e i suoi eroi borghesi sono orazioni civili di dolente etica pubblica e di straordinario nitore e cultura, ricchi di rimandi alla migliore Italia intellettuale, civile e politica. Ho con Corrado un forte debito di gratitudine: gli devo, in buona sostanza, di avere fatto questo mestiere. E accolgo la ristampa di Africo con la letizia di chi ritrova un libro che è stato importante per la mia educazione, e insieme con l’amara consapevolezza che le battaglie della nostra gioventù, per un paese dove la legalità non fosse una parola vana, non sono state vinte.

Immagine di copertina di Fondazione FS Italiane