Afghanistan, libertà a più infinito

In Teatro

Arriva la seconda parte di Afghanistan, il kolossal in scena al Teatro dell’Elfo: tanti applausi, atmosfera da noir americano, attori e regia strepitosi

Il teatro va al fronte della guerra e ci fa un reportage, ora solo di cronaca, ora chiamando in aiuto la poesia: il teatro racconta di noi, cerca una nuova epica, si fa voce della storia. Parlano con questo linguaggio i monologhi di Mario Perrotta e Davide Enia, il melologo straordinario di Stefano Massini cui dà voce e anima Ottavia Piccolo nei panni di una donna irachena in fuga, uniti da una passione estrema per il linguaggio, il suo modo di esprimersi e quello che alla fine diventa in platea.

E certo parla con questo linguaggio, corretto con tocchi di atroce humour britannico, il “secondo tempo” del kolossal del Teatro dell’Elfo Afghanistan: dopo Il grande gioco ecco Enduring freedom, la seconda parte di storia di questo paese dilaniato dalla sete di potere e in tempi recenti, ricettacolo della forza mondiale più distruttiva, quella dei talebani. Così come accadrà l’anno venturo per il magnifico Angels in America che verrà ripreso dieci anni dopo il debutto italiano, anche questo Afghanistan sarà recitato in forma di maratona, le due parti insieme con un intervallo, alla domenica, con durata di 7 ore circa: è un doppio Via col vento di cui condivide anche il finale, che domani è un altro giorno.

Un modo diverso di andare a teatro, immersione totale, condivisione anche fisica della fatica degli attori; quanto possa essere esaltante ce lo ricorda Antonio Latella che con “Santa Estasi” no stop occupò le più strabilianti 19 ore della nostra vita di spettatori. Il secondo tempo di Afghanistan, una volta tracciati i confini geografici, le prime invasioni e i cammini della speranza, arriva vicino a noi, tanto che in uno dei video (come sempre curati con gran senso dello spettacolo da Francesco Frongia) si vede anche l’attacco alle torri gemelle dell’11.9.2001 in una gigantesca suddivisione di schermi tv che occupano tutto il palcoscenico, uno split screen moltiplicato all’infinito.

Sono cinque i pezzi scritti per questo secondo round dello spettacolo che, com’è noto, deriva dalla fucina londinese del Tricyckle Theatre, una vera officina teatrale, che ha chiesto a dieci autori ad alcuni autori di chiara fama di esercitarsi, in piena libertà, sul tema afghano. Ecco quindi storie diurne e notturne, cronache e incubi, potenti e fantasmi, spie, emiri, manager e marketing mad men senza scrupoli, diplomatici, re e regine, comandanti, servi, mujaheddin, reduci, tutti eroi e-o vittime di una guerra infinita, capace di folla, cinismo e di generosità, ma sempre con l’essere umano puntato en plein sul rosso o nero.

Sono i grandi e piccoli protagonisti di una storia che continua sulla carreggiata presso la nostra, con la partecipazione speciale di russi e americani che si dividono doppi e tripli giochi, cioè come sempre gli amorali intrighi del gioco dei potenti, per citare un memorabile titolo shakespeariano di Strehler (proprio su questo tema). Dieci scrittori hanno partecipato al gioco e nel nuovo spettacolo, che si recita nella grande sala dell’Elfo, e ognuno di loro ha una sua visione specifica, un peso specifico logico e storico, morale e filosofico che non si confonde, trasvolando da didascalico a evocativo.

E se nella prima parte c’era più il senso di un’avventura orientale (De Capitani, regista perfetto in team con Bruni, dell’operazione, ama citare Le 1000 e una notte), dei filmoni colorati di sceicchi e odalische di un certo trash anni ’50 in Cinemascope. Ora ci si avvicina al noir del cinema americano che ci ha parlato delle numerose ultime guerre del grande paese, dalla Corea al Vietnam, dall’Iran all’Afghanistan tenendo presente la lezione didascalica che viene dalla precisa informazione stile british ma senza paura di addentrarsi alla fine, nel pezzo di Naomi Wallace certamente il più bello e alto dello spettacolo, fra le presenze paranormali dell’inferno di tutti i giorni.

È  un grande gioco, con tutte le virgolette del caso, e un grande affresco storico e morale in cui spesso si complotta, si architetta, si fa il doppiogiochismo, lanciando urla ex aequo di disperazione e speranza il cui eco ci arriva chiaro dalla valle del Panjshir fino alle nostre comode poltrone di velluto rosso. Teatro didascalico, che recupera Brecht e la sua lezione, ma non solo: anche il fascino caleidoscopico di figure che nella memoria dello spettatore si confondono e si scambiano. In poche parole: il primo episodio, Il leone di Kabul di Colin Teevan mostra la direttrice di una agenzia Onu che chiede che fine abbiano fatto due collaboratori scomparsi e sono davanti alla gabbia dei leoni di uno zoo; in Miele di Ben Ockert c’è la storia di Massud che incontra l’agente americano che vuol recuperare i missili forniti al Pakistan per combattere i sovietici: Massud sarà l’ultima vittima di un Oriente libero; in Dalla parte degli angeli di Richard Bean i rappresentanti di una ONG si scontrano sui modi del loro intervento umanitario in Afghanistan e si chiedono quale prezzo si possa pagare ai talebani e quale sconto si possa accettare.

Gli ultimi due atti, Volta stellata del molto noto Simon Stephens un sergente al fronte torna a casa ma sembra non potersi reinserire nella vita normale di marito e padre, pensando alla tragedia vissuta al fronte; e infine Come se quel freddo di Naomi Wallace mostra l’incontro di due giovani sorelle afghane che stanno per partire per Londra e di un giovane soldatino americano e tutti e tre sognano ma forse no. Che interessi anche noi lo dicono le cifre, la nostra missione in Afghanistan è costata un milione e 300mila euro al giorno.

Un cast di dieci attori non solo bravi ma inseriti nel meccanismo, di anima e di testa e di pancia, danno vita a 44 personaggi nel totale e nella seconda parte dicono anche una brutta poesia di Osama Bin Laden: Claudia Coli, Michele Costabile, il formidabile Enzo Curcurù che sembra uscito da un film sulla naja americana, Alessandro Lussiana, Massimo SomaglinoFabrizio Matteini, Emilia Scarpati Fanetti e Giulia Viana le fantasmatiche presenze del finale, Michele Radice, Hossein Taheri vengono al proscenio subissati dagli applausi dopo tre ore di spettacolo senza un attimo di tregua.