Resurrezione & Scrittura. L’esordio di Magda Szabó

In Letteratura

A dieci anni dalla morte della scrittrice ungherese Magda Szabo, viene tradotto per la prima volta in italiano il suo romanzo d’esordio, “Affresco”.

Il 19 novembre di dieci anni fa Magda Szabó se ne andò senza fare rumore, mentre leggeva un libro, unica attività che amasse davvero quanto scrivere.

In quest’ultimo decennio la sua assenza è stata colmata in Italia dalla traduzione di alcune opere dell’autrice, anche grazie al progetto culturale della casa editrice Anfora, che proprio il 19 novembre -nell’ambito della rassegna Bookcity Milano – ricorderà l’anniversario della morte presso il Castello Sforzesco, con la presentazione di Affresco, primo romanzo di Magda Szabó, pubblicato in Ungheria nel 1958. La resurrezione tramite la scrittura è il titolo della tavola rotonda che vedrà impegnati la traduttrice del romanzo, Vera Gheno, la co-traduttrice, Claudia Tatasciore, l’editrice Mónika Szilágyi, l’autore della prefazione Gian Paolo Serino, la scrittrice ungherese Noémi Szécsi e infine l’erede di Magda Szabó, Géza Tasi.

Affresco fu scritto negli anni in cui gli scrittori ungheresi che non fossero apologeti del regime comunista furono ridotti al silenzio. La Szabó stessa, umiliata per la revoca, a poche ore dal conferimento, del premio Baumgarten 1949, assegnatole per il suo secondo volume di poesie, si era trovata a dover morire come poetessa. Zittire il canto, però, non poteva essere contemplato dalla sua natura umile e tuttavia iper determinata. Imboccare la strada della scrittura in prosa le offrì dunque la possibilità di una resurrezione. Scrisse Affresco, era il 1953.

In me l’indignazione (per la revoca del premio n.d.r) provocò un cambiamento di forma, la mia attenzione si distolse dalla mia persona e presi ad osservare, poi a rappresentare il paese umiliato.

La storia di questo romanzo incrocia dunque la Storia dell’Ungheria: il manoscritto viene conservato nei cassetti di casa di amici e una copia viene nascosta a Debrecen, nella carbonaia dei genitori dell’autrice, come racconta lei stessa nella prefazione autografa che Anfora edizioni ci regala. Se il manoscritto fosse finito nelle mani sbagliate, ci sarebbero potute essere gravi conseguenze, perfino il Gulag. Nel 1956 il vento della Storia prende a soffiare in altra direzione e a quel punto sono gli editori a cercare gli scrittori ammutoliti dal regime. Affresco può finalmente uscire dal nascondiglio. Viene tradotto in oltre 40 lingue, segnalato da Herman Hesse: comprate tutta la sua opera, quello che ha scritto e quello che scriverà. E dal quel momento in poi l’Ungheria potrà soltanto fare della scrittura di Magda Szabó un vanto nazionale.

Affresco rimarrà per me sempre il simbolo del nuovo inizio da scrittrice, il miracolo pasquale della nostra gioventù calpestata, la resurrezione. Una volta, nella bolgia più profonda della persecuzione, quasi sottoposi a Dio un impetuoso interrogatorio, chiedendogli perché mai mi avesse creata, visto ciò che ero costretta a vivere. Oggi ormai lo so, Dio mi ha risposto tramite Affresco.

Il romanzo viaggia in tutto il mondo per raccontare l’Ungheria senza libertà, il paese oppresso dal regime, l’assoggettamento di una certa Chiesa al potere, il tema della censura e della castrazione dell’arte. Il regime viene rappresentato anche nella sua forma privata attraverso il personaggio di un padre iniquo e bigotto, ministro in pensione della Chiesa riformata, che ritiene giusto che le donne siano sottomesse e arriva a esprimere la sua condanna paterna del progetto artistico di Annuska in quanto imperdonabile peccato di superbia, e diventa eco privata di uno stato privo di rispetto e libertà. Annuska non riuscirà a fare la pittrice, nonostante la sofferta e coraggiosa emancipazione dalla dittatura di Papino. Non essendo interessata a ritrarre operai al lavoro, non avrà modo di esprimere il suo talento e vivrà producendo oggetti di artigianato artistico.

Papino non aveva mai permesso di leggere i classici nell’originale, ma, se era disponibile, dava loro in mano la versione per ragazzi dell’opera. Chi a suo tempo aveva rielaborato le opere per i ragazzi le aveva castrate al punto che l’autore avrebbe faticato a riconoscerle come proprie creazioni.

Affresco è un gioiello narrativo, oltreché storico. La trama è semplice: Annuska ritorna nel proprio paese, Tarba, per la morte “liberatoria” della propria madre in manicomio. La descrizione dell’unico giorno del funerale, a partire dai punti di vista alternati di tutti i personaggi, sarà l’occasione per mettere in scena la storia familiare e personale di Annuska. Sulla base di una trama semplice, si innesta una struttura narrativa assai elaborata. Non tanto per la continua restituzione di frammenti del disegno complessivo attraverso i vari punti di vista, ma soprattutto per la sapiente omissione di dettagli il cui rilascio graduato prosegue fino all’ultima riga del testo.

Il lettore conosce la storia dalle primissime pagine. Nel passaggio iniziale in cui Annuska toglie il velo davanti all’affresco realizzato da lei stessa molti anni prima, il suo punto di vista è già manifesto e i personaggi sono già tutti esposti davanti agli occhi del lettore. Siamo nella casa di Anzsu, l’unico che a Tarba aspettasse Annuska con affetto, quando lei non resiste alla tentazione di confrontarsi con l’immagine della propria famiglia. Scopre l’affresco, col gesto epifanico dello spostamento del lenzuolo che lo occulta. Ed ecco, in ordine nient’afatto casuale, il cane Jázon, poi Mammina coi capelli gialli lunghi fino a terra e un libro stretto sul cuore, la sorella Janka ritratta con un ramo di palma e un asino, Papino col piviale e gli occhi chiusi, una sgradevole figura rossa – il cognato László Kun- armato di spada, zia Kati con le cipolle al collo, e poi una rana gigante, una ributtante rana – l’Orfano. Nel gruppo c’è anche Annuska, ritratta di spalle, e infine il caro Anzsu con una corona di gigli, gran barba e riccioli, più bello e più alto di tutti, con il mano il globo e lo scettro degli Angiò. Lo sguardo rivelatorio su questo affresco ci dice subito chi saranno i buoni e i cattivi di questa storia. Comprendiamo immediatamente il peso che hanno avuto le figure maschili della famiglia nell’inquinamento delle singole vite e di ogni relazione: Papino, un pastore cieco; il cognato László, parodia di un militare; e l’Orfano (un cugino leccapiedi del padre adottato nella famiglia), addirittura una rana.

Mettiamo a fuoco in un attimo la bellezza delle donne: Mammina come un angelo biondo; la figura quasi cristologica di Janka (la palma e l’asino), la sorella bistrattata un po’ da tutti, ritenuta scialba, sottomessa e perfino brutta, che tuttavia rimane il perno di una famiglia allo sbando, unica incarnazione sacrificale di una maternità umana. E Annuska, ovvero la libertà intellettuale, la curiosità, l’aspirazione, l’umanità, la fede, l’arte, ma -cosa di gran lunga più pericolosa- la femminilità.
Anche se troviamo in questo primo romanzo tutta le forza e la grazia delle “donne” ritratte in ogni opera di Magda Szabó, il punto di riferimento della protagonista in Affresco è una figura maschile: Anzsu, legame non di sangue, ma solido e costitutivo. Anzsu è il soprannome che la ragazza aveva dato all’amico Mihály da bambina, una storpiatura di Anjou -Angiò in ungherese-: dunque il suo re. Abbiamo raccolto in questo inizio di romanzo tante informazioni, ma quante cose scopriremo in ogni capitolo, dentro ai pensieri dei singoli personaggi, prima di arrivare a sbrogliare l’intrigo stratificato nel dedalo di queste relazioni! Magistrale il capitolo del funerale, un coro di voci intorno a una madre così poco compianta distesa nella bara.

L’uso tutto particolare dei nomi dei personaggi diventa nel testo un vero ingranaggio tra gli altri ingranaggi. Che nessuna identità sia semplice qui è rappresentato anche dal molteplice modo di nominare i protagonisti: Mammina, Mamma, il cui nome è Edit Décsy; Papino, il vecchio prete, Papà, che si chiama Istvan Máthé; Anzsu ovvero Mihály; l’Orfano, ovvero Árpád, o Árpádka; Nonna, Nonnina, altresì detta la signora Décsy, oppure Bisnonna; Annuska, il cui vero nome è Corinna Máthé; Janka, che diventa anche Mami. Se in un primo momento ci si perde nel groviglio di questo ingranaggio, proseguendo la lettura non si può non considerare geniale la soluzione adottata da Magda Szabó. Impariamo infatti a orientarci tra i vari punti di vista anche grazie al meccanismo dei gradi di parentela trasformati in nome: per esempio, sappiamo che il padre di Annuska viene chiamato Papà quando sono Árpád (l’Orfano) o Janka a parlarne, diventa il vecchio Prete, quando è il genero László Kun a raccontare; Papino, quando siamo nella testa di Annuska. Janka è Mami, quando parla di lei la figlioletta Szuszanna. Papà, Papino, Mamma, Mammina, Nonna, Nonnina, Bisnonna, vengono scelti e usati dall’autrice di volta in volta in base al tipo di relazione che il “narratore” ha col personaggio in quel momento “narrato”.

Se lo avessero percosso sulla guancia destra, avrebbe porto anche la sinistra, non come Papino, che quando era arrabbiato picchiava come un dannato.

Dopo il parto in Mammina si era scatenata la pazzia.

Bisnonna aveva la tinta, le sopracciglia e le ciglia erano nere, i capelli invece bianchi. Nonno si era accorto che Bisnonna si truccava?

Se si potesse avvicinare Affresco a qualcun altro dei capolavori di Magda Szabó, il prescelto sarebbe senz’altro Il Momento (la Creusaide), testo in cui la Szabó soppianta l’antico vate Virgilio e trasforma l’Eneide in un’avventura al femminile, la Creusaide. Il romanzo viene scritto nel 1990, è passato un quarantennio dalla stesura di Affresco, ma nell’autrice la memoria degli anni della censura, che mise a tacere il circolo letterario Luna nuova di cui lei stessa faceva parte come poetessa, è ancora viva. La storia, nell’invenzione dell’autrice, sarebbe basata sulle ventiquattro cantiche di un fantomatico poeta latino M. Sartorio Saboade, del movimento Luna bicornis, caduto in disgrazia sotto la politica dell’imperatore Augusto per aver cantato Creusa, anziché il pio Enea, compromettendo così le basi per la costruzione dell’origine divina dell’imperatore. La storia dell’antico poeta Saboade altro non è che la storia dell’uccisione di Magda Szabó poetessa, per questo anche la Creusaide, come Affresco, è un inno alla libertà artistica, è una critica ai regimi, è un’affermazione della forza femminile. Scrive l’autrice nella prefazione di Creusaide:

Nessuno di noi volle compiere sacrifici sull’altare di Stalinio (Stalin) e della sua cerchia, accettammo la sorte di scrittori congelati nel mutismo, avvizzimmo non solo nella vita sociale, ma anche nei nostri vestiti: la nostra alimentazione era parca, la nostra sicurezza nulla, ma tutto questo era più facile che scrivere un inno che festeggiasse un dittatore genocida e il suo aiuto-boia ungherese (Mátyás Rákosi).

 

Bibliografia:

Magda Szabó, Affresco, Anfora, 2017.
Magda Szabó, Il Momento. Creusaide,  Anfora, 2016.