Dickinson vista da Davies: tutto ciò che la poesia mostra a chi non sa vedere

In Cinema

Il grande Terence Davies, regista inglese di “Voci lontane, sempre presenti” e di molte altre opere piene di silenzi e ossessioni, spaventi e ribellioni, omaggia con la sua forte personalità la vita e la creatività della celebre poetessa americana: “A quiet passion”, protagonista un’eccellente Cynthia Nixon (con Keith Carradine nel ruolo del severo ma alla fine generoso padre), è infatti ben più che un biopic. Al ritratto di una donna che sceglie di rinchiudersi dentro la sua casa e la sua arte per rifiutare il mondo, l’autore aggiunge i suoi tratti autobiografici e stilistici, facendone un film bellissimo

La grande poetessa americana Emily Dickinson è la protagonista di A Quiet Passion, l’ultimo film del 72enne regista inglese Terence Davies: nata nel 1830 ad Amherst, nel Massachusetts, morì nel 1886 nella stessa città, e nella stessa identica casa. Una casa in cui trascorrerà tutta la vita, tranne una piccola, infelice parentesi al college femminile di Mount Holyoke, dove da ragazza andrà a studiare animata da grandi aspettative e da cui fuggirà per non doversi piegare alle convenzioni borghesi e cristiane da lei tanto aborrite. Così tornerà nella casa paterna, e da lì non si muoverà mai più. Per tutta la vita prigioniera di un mondo dove persino bere un tè o una limonata può essere considerato un peccato, magari non capitale, ma comunque un’abitudine preferibilmente da evitare per essere sicuri di entrare in paradiso dalla porta principale.

In questo piccolo mondo antico e soffocante, Emily decise di scavarsi una tana sicura e sufficientemente protetta, un universo claustrofobico angusto ma al cui interno, paradossalmente, si respira un’aria più libera di quella mefitica che si estende fuori. Perché il padre (che nel film ha il volto severo di Keith Carradine) è un uomo del sud, conservatore e tradizionalista come ci si può aspettare vista l’epoca e la classe sociale, ma permette a questa figlia eccentrica e ribelle di non sposarsi, non frequentare le funzioni religiose e persino di passare le sue notti a scrivere poesie. Una libertà stupefacente, in effetti, di cui Emily approfitta per osservare il mondo di lontano e distillare versi dal ritmo sincopato e modernissimo, capaci ancora oggi di colpirci per la loro grazia affilata e l’oscura (e al tempo stesso abbagliante) luce di verità che contengono.

Sembrava davvero difficile trasformare in film questa esistenza radicalmente priva di eventi, svolte, colpi di scena e sorprese, insomma di tutto il materiale tipico di cui di solito si nutrono i biopic. E infatti Terence Davies si è ben guardato dal confezionare un banale biopic, lanciandosi in un’operazione perfino più rischiosa ma alla fine ampiamente riuscita, anche perché perfettamente nelle sue corde. È un cinema fatto di silenzio e di ossessioni, quello di Terence Davies, di spaventi che corrono sottopelle e ribellioni lancinanti che si consumano in segreto. Un cinema radicalmente autobiografico anche quando al centro della scena non c’è direttamente il regista, con il suo passato e la sua identità, ma un’altra vita, una biografia – e che biografia – altra ma non estranea, capace di trasformarsi in specchio e memoria condivisa.

L’incontro con la poetessa Emily Dickinson, personaggio sfaccettato e contraddittorio, affascinante e nascosto, ha quindi un sapore quasi di inevitabilità all’interno di una filmografia di alto livello dove spiccano titoli come Voci lontane, sempre presenti (Pardo d’Oro a Locarno 1988), Il lungo giorno finisce, La casa della gioia, dal romanzo di Edith Wharton. Davies si accosta con grande sensibilità al doloroso enigma di una donna libera, anticonformista e ribelle che ha trascorso gran parte della sua vita murata viva, rinchiusa nella propria casa. E sa descrivere con mirabile precisione (e infinita compassione) la forza dell’intransigenza morale e la debolezza del corpo malato, l’isolamento sociale e la solitudine intima, e soprattutto la passione (in)quieta per la poesia. Una poesia che è strumento di salvezza ma anche e soprattutto lente d’ingrandimento capace di mettere a fuoco tutto ciò che gli altri non vedono. Perché non sanno vedere, perché non vogliono vedere.

Un film che diventa man mano più claustrofobico e cupo, nei colori che perdono brillantezza, nell’orizzonte che si chiude, nella luce sempre più fioca. Persino il bellissimo giardino che circonda casa Dickinson viene a un certo punto abbandonato a sé stesso, collocato radicalmente fuori scena, mentre al centro dell’inquadratura si impongono il volto diafano e il corpo torturato della protagonista, sempre più chiusa dentro la sua solitudine come dentro una bara.

Cynthia Nixon (che tutti ricordano soprattutto nei panni di Miranda nella serie Sex and the City, dimenticando i tanti successi della sua lunga carriera a Broadway) si muove con grazia e convinzione, riuscendo a trasmettere la forza eccezionale di una donna e al tempo stesso la sua immensa fragilità. Un biopic, certo, ma anche e soprattutto un tentativo di trasformare in immagini la struggente bellezza di una poesia che racconta l’amore e la morte, la malinconia e l’ipocrisia, la natura, la vita, l’eternità e il suo mistero.

A Quiet Passion, di Terence Davies, con Cynthia Nixon, Jennifer Ehle, Keith Carradine, Catherine Bailey, Jodhi May